Monia Di Domenico, aspettando giustizia


Perfettamente capace di intendere e di volere: il punto fermo emerso dalla perizia psichiatrica


di Lilli Mandara
Categoria: Maperò
14/02/2018 alle ore 09:47

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Oggi c’è il processo per l’omicidio di Monia Di Domenico. Ne parla qui su Mapero’  la sua amica del cuore, una sorella per la giovane psicologa ammazzata barbaramente solo per essere andata a sollecitare il pagamento di due mensilità di affitto in sospeso: Barbara Orsini, che è diventata una figlia per i genitori di Monia ed è  una brava collega. Non è stato un compito facile per lei, che per caso quel giorno, il giorno del delitto, era stata mandata dalla tv per la quale lavorava a seguire quel fatto di nera, si chiama così nel linguaggio giornalistico.  

Non si sapeva ancora chi fosse la vittima e Barbara l’ha scoperto solo lì, sul posto. Da quel momento, ma anche per altre ragioni legate al lavoro, la sua vita non è stata più la stessa. 

“Processabile e sentenziabile” come persona nelle sue piene facoltà mentali all’atto dell’omicidio e, quindi, perfettamente capace di intendere e di volere: da questo punto fermo emerso dalla perizia psichiatrica, consegnata dal professor Cupillari nelle mani del giudice del Tribunale di Chieti Isabella Maria Allieri a metà dicembre, prenderà le mosse oggi alle 12 il dibattimento per l’assassinio di Monia Di Domenico. Di Monia.

A questa giovane donna innamorata della vita, dei colori del mondo, delle sfumature dell’arte, del profumo dell’amicizia e della sua amata professione di psicologa nessuna sentenza restituirà respiro e sogni, ma chi l’ha massacrata ( colpendola con crudeltà con più oggetti e in più punti del corpo come hanno “dovuto” leggere dall’autopsia mamma Doretta e papà Aldino) per la ridicola cifra di due affitti deve sentirselo dire anche da una sentenza che atrocità ha commesso.
E badate bene questo non lo dicono i nostri cuori straziati e inconsolabili: questo lo dice il rispetto della legge e ancor più quello per le vite umane. Giovanni Iacone ha avvolto Monia in un lenzuolo per nasconderla, non di certo alla sua coscienza di cui si fatica a rintracciarne briciola alcuna. E anche questo non suoni come la voce del nostro giudizio perché se c’è una cosa che ai genitori, agli amici, ai cugini, alle zie, ai colleghi e finanche ai pazienti di Monia non interessa è proprio rifugiarsi nell’odio e nella vendetta.

Ma la giustizia quella sì, quella dovrà compiersi perché Iacone sapeva perfettamente cosa stava facendo, ha quasi motivato la sua rabbia assassina come se ciò che le sue mani (che lui stesso dice viste sporche di sangue è andato in bagno a lavarle) hanno fatto possa essere raccontabile, spiegabile, giustificabile. Scorrendo la perizia del professor Cupillari questo soggetto (non lo chiamerò mai uomo perché significherebbero associarlo ad altri uomini di questa atroce storia come papà Aldino e i tanti amici fraterni di Monia) non mostra alcuna forma di pentimento, anzi dice chiaramente che ha fatto quello che ha fatto perché non aveva i soldi dei due affitti e che la dottoressa Di Domenico in quanto psicologa avrebbe dovuto comprendere. Non basta, nella stessa frase aggiunge, sferrando un nuovo violentissimo colpo Monia, a chi sta leggendo queste frasi e a chi ha perso per sempre il calore di abbracci irripetibili, che lui quella richiesta dei due affitti l’ha vissuta come una ingiustizia. La perizia parla della sua infanzia, del suo vissuto anaffettivo, di traumi legati a donne del suo passato ma ciò che ci ha angosciati è che non vi sia mai nemmeno una velata forma di pentimento, di dolore, di sconcerto.

Al contrario si lascia andare ad un commento relativo alla sua permanenza in carcere in cui accenna del compagno di cella che gli sta essendo di grande aiuto e col quale si trova molto bene. Questo è lui poi ci siamo noi, quelli che hanno perso per sempre una voce e un odore di buono: ci sono mamma Doretta e papà Aldino che hanno vissuto questi 13 mesi solo in funzione della sentenza lasciandosi accarezzare dal fiume di persone, spesso a loro perfettamente sconosciute, che hanno riempito la loro casa e i loro silenzi. O almeno hanno provato a farlo. Ci sono i parenti che hanno visto Monia crescere e che piangono il non poterle mostrare i più piccoli di famiglia che si fanno grandi. Ci sono le amiche di Monia che ne parlano come se l’avessero salutata all’ingresso del portone di casa qualche istante prima, che provano a scambiarsi i suoi insegnamenti di vita e si ritrovano a cimentarsi in veri e propri compiti che sembra averci lasciato in eredità come se prima o poi tornerà a vedere come ce la siamo cavata. Le amiche che a Natale non volevano addobbare casa e poi, tutte, lo hanno fatto piangendo e sorridendo insieme, le amiche che ogni tanto si ritrovano a cercarla su whatsapp e aspettano per qualche istante sperando di ritrovarla on line.

Ci sono gli amici che le portano fiori meravigliosi ( lei amava tutti i fiori ma aveva una passione speciale per i tulipani) e restano piegati dal dolore dinnanzi alla sua foto su quella pietra gelida. Ci sono i colleghi che ne rimpiangono consigli, idee, progetti, sorrisi. E poi ci sono loro, i pazienti di Monia (che lei chiamava “i miei ragazzi” anche a 70 anni!) che a Natale hanno cercato inutilmente i suoi fantastici coloratissimi pacchetti regalo. Lui non ha ucciso “solo” Monia ma una vastità di persone e futuri e se per la legge di certo non s’è trattato di strage, per noi tutti che ci ritroviamo a dover fare ogni giorno i conti con un angolo della nostra vita che resterà per sempre al buio, beh quelle mani hanno compiuto una strage eccome. Nessun odio, nessuna rabbia, nessuna sete di vendetta nella “ famiglia” di Monia perché Monia era amore e amore ci ha lasciato da spargere e moltiplicare, ma questa terra alla quale aveva ancora così tanto da dare le deve un ultimo “abbraccio” così che sulla sua morte non resti solo la scellerata malvagità di due mani.

Noi continueremo a cercarla, certi di trovarla, negli oggetti che ci ha lasciato, nei personalissimi racconti di ciascuno di noi, nelle sue amate ballerine che ci chiameranno da ogni vetrina di ogni città del mondo, in riva al suo adorato mare, nelle sue matte risate di quando coniava un nuovo soprannome a qualcuno, in ogni concerto o mostra o libro che vivremo, nei sogni in cui la preghiamo di venirci a dire che sta bene, negli errori che faremo e nelle paure che schiveremo: tutto questo vivendo ciascuno un pezzetto in più di vita, oltre alla nostra. La sua. Oggi siamo tutti qui con Doretta e Aldino perché loro hanno bisogno di noi ma mai quanto noi di loro, di due genitori che hanno perso la loro unica figlia e che da 13 mesi attendono “solo” di poter tornare a respirare fosse pure per i pochi minuti della sentenza.


Ps. Nel ringraziare la collega e amica Lilli per lo spazio che ancora una volta ha voluto destinare a Monia (davvero a nome di tutti coloro a cui provo a dar voce io piegandomi ad un compito incredibilmente gravoso e forse impossibile) vi doniamo due foto di Monia che ben la ritraggono. Al mare nella sua amata Pescara, che speriamo presto la ricordi a dovere, e in uno dei suoi tantissimi viaggi in giro per il mondo e precisamente tra i bimbi dell’India.